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Editoria a pagamento: i costi dell'editore e il confine (labile) tra onestà e truffa
Foto: Pixabay
Apriamo febbraio con un post su un argomento che interessa tutti noi amanti dei libri e dell'editoria in generale: la spinosa questione delle case editrici a pagamento.
Apriamo febbraio con un post su un argomento che interessa tutti noi amanti dei libri e dell'editoria in generale: la spinosa questione delle case editrici a pagamento.
Molti di voi conosceranno la problematica dell'EAP, sopratutto chi vuole pubblicare un romanzo, magari il primo, e non sa da che parte sbattere la testa.
Caso di specie: il neonato autore ha inviato il proprio manoscritto a un numero illimitato di case editrici, nessuna delle quali ha risposto. O meglio. Le unice risposte (positive) gli sono pervenute da case editrici più o meno conosciute, e tutte hanno richiesto un contributo. Che fare? Basta andare su Google e digitare "editori a pagamento" per trovarsi davanti un lista pressoché infinita di articoli, commenti, opinioni. La decisione ultima spetta all'autore, ovviamente. Che dovrà farsi due conti in tasca e decidere. Pagare per vedere pubblicato il suo libro, in vero stile vanity press? O magari perseverare, inviare il proprio manoscritto ad altre case editrici, nella speranza di un riscontro positivo? La questione, a parere mio, è più spinosa di quanto non sembri.
Tralasciando tutti i meccanismi di come funzioni l'EAP, che tutti noi conosciamo e leggiamo diffusamente su internet, vorrei concentrarmi su un punto di vista un po' sui generis: quello dell'editore stesso.
Evitando di considerare editori disonesti e davvero poco seri, che offrono al povero sventurato prospettive di vendita smisurate e possibilità di diventare il fenomeno librario dell'anno, per poi sparire una volta ricevuti i soldi, vorrei mettermi nei panni del piccolo editore, anzi, minuscolo, magari che ha appena aperto i battenti della sua casa editrice.
I costi, escludendo quelli di mantenimento dell'organico e di pagamento di affitto e utenze, ci sono, eccome se ci sono. Prendiamo come esempio un romanzo da pubblicare. Innanzitutto, occorrerà almeno darne una valutazione, capire se il manoscritto è in linea con i contenuti della casa editrice (ad esempio, se la suddetta CE si occupa solo di romanzi fantasy, non credo accetterà un saggio sulla psicoanalisi). La valutazione di un romanzo dovrebbe prendere un po' di tempo. Se il romanzo viene accettato, da lì alla sua pubblicazione passeranno altri mesi. In questo lasso di tempo, il manoscritto sarà sottoposto a editing, rivisto fino all'ultima virgola, impaginato e revisionato ancora. Tutto questo, per l'editore, è un costo, a meno che non sia egli stesso che corregge, revisiona e impagina il libro. Anche in questo caso, però, il costo c'è, e si misura nel fattore tempo - il tempo impiegato nel far diventare il manoscritto un romanzo.
Pronto per essere pubblicato, il libro dovrà anche essere stampato e distribuito nelle librerie di fiducia o affidato a un distributore. I costi di stampa, soprattutto per un piccolo editore che non ha una tipografia ma che deve fare affidamento, ad esempio, ai siti di stampa online, sono un po' cari, anche se tutto dipende in via principale dal formato e dal numero di pagine. Esempio: un cartonato a colori formato A4, a parità di copie stampate, costerà certamente di più di un'edizione in brossura (i cosiddetti paperback), bianco e nero, formato A5.
C'è, poi, la parte dei costi relativa all'amministrazione, in primis l'assegnazione del codice ISBN, che è l'elemento principale del romanzo, visto che lo contraddistingue dagli altri. Leggendo di editori che non danno un codice ISBN ai propri libri sono rimasta spiazzata. E' come se un cellulare non avesse numero di telefono. Inoltre, oltre all'ISBN, molti libri hanno anche il bollino SIAE.
Costi, costi e ancora costi. E vogliamo parlare del dopo stampa e distribuzione? L'invio di copie saggio ai giornali e riviste specializzate, la fissazione di presentazioni, le attività di ufficio stampa... Insomma, tutta la sezione di promozione, anche online e tramite i social, che per essere fatta bene ha bisogno anche di qualche stimolo... pecuniario. Con questo non voglio dire che il marketing "free" non dia i suoi frutti, anzi. Secondo me, affinché un libro venda, ha bisogno di entrambi.
Tutta questa pappardella per tornare all'aspetto fondamentale: il piccolo editore ha le sue spese. E, in un paese dove la lettura scarseggia, dominato da grandi case editrici che monopolizzano quasi il mercato, le prospettive di sopravvivenza sono poche. Anche qui, come in partenza, ci poniamo nuovamente la domanda: che fare?
Un editore serio, che mette tutto se stesso nella sua attività , può decidere di investire e di farlo bene: con un rischio iniziale elevato, pubblicherà il romanzo senza chiedere un euro all'autore, sobbarcandosi i costi sopracitati (ma ce ne sono sicuramente anche altri), mettendosi in gioco e tentando di vendere quante più copie possibili. In fondo, per l'editore il libro è un prodotto commerciale da vendere. E se le vendite sono buone, autore ed editore ci guadagnano.
Di fianco all'editore serio, c'è quello che definirei editore "schietto". Uso le virgolette e andrò a spiegare il perché. L'editore "schietto" è colui che, avendo appena aperto i battenti, avendo i soliti costi e dovendo pubblicare un romanzo, vuole affrontare il rischio, ma non lo vuole fare da solo. Chiede, allora, un contributo all'autore. Ma lo fa schiettamente. In altre parole, potrebbe fare un discorso del tipo: "Carissimo Mario Rossi, mi piacerebbe molto pubblicare il tuo libro, l'ho letto e trovo che abbia potenziale. Purtroppo, il mondo editoriale è una giungla e il rischio di venirne inghiottiti è alto. Se ci dividiamo le spese, però, ed entrambi ci impegnamo, rischieremo entrambi, ma entrambi avremo dei guadagni". L'editore "schietto" apertamente chiede dei soldi all'autore, senza sotterfugi. Soprattutto, questo editore, pur avendo ricevuto una sommetta, non sparisce, ma si impegna ancora di più per vendere il suo prodotto. Della serie: "Ha pagato, è ancora più giusto che io mi impegni affinché il suo libro venda".
Tutto questo per dire che, personalmente, non sono contro l'EAP, ma solo se questa non si riduce a una lugubre e triste ruberia. Purtroppo, editori a pagamento seri ce ne sono ben pochi. I più non leggeranno neanche il manoscritto, sparendo dalla faccia della terra una volta presi i soldi dello sventurato autore. E il brutto è che l'autore può fare ben poco.
Tralascerei, poi, la questione del libro in sé, che spesso è pubblicato così com'è, senza nemmeno una correzione - e quindi refusi, virgole inesistenti, tempi verbali impossibili, etc. Tuttavia, qui si aprirebbe un'ulteriore discussione su qualità e contenuti di un romanzo che andrebbe oltre la dicotomia EAP/free e di cui, magari, parlerò un'altra volta.
Vorrei sentire la vostra opinione, adesso. Che cosa pensate delle case editrici a pagamento? Avete avuto esperienze? Fate sentire la vostra voce!
